«Che cosa sta accadendo?» (Giandomenico Tiepolo)
Un giorno, prima del solito viaggio a Venezia, in una guida di viaggio lessi: «Chiesa dell’Apostolo Paolo, San Polo….. Qui… vale la pena di fare un salto, e non solo per «L’Ultima Cena» di Tintoretto (a sinistra dell’ingresso, il quadro piu grande di tutti quelli presenti a Venezia), quanto per la cappella della Crocifissione (ingresso sul lato occidentale), dove è rappresentato il ciclo «La Via Crucis» del ventenne Giandomenico Tiepolo (1747-1749). Se avete già avuto modo di visitare il museo Ca' Rezzonico, potreste essere stati incuriositi da Tiepolo figlio, cui toccò vivere negli anni del declino dell’arte pittorica veneziana. Ma gli riuscì di fare quasi l’impossibile: esprimere la tragedia della perdita della grandezza. Qui finiscono i miracoli, inizia il giorno e il ritorno alla realtà. Cristo ha l’aspetto di un attore, estenuato da un ruolo troppo gravoso; intorno a lui spettatori passivi ed indifferenti, irrimediabilmente spettatori dell’incipiente XIX secolo».
Queste parole mi hanno interessato, suscitato un po’ di avversione ed intrigato. Ho pensato che l’incontro con qualcosa di grande e tanto più con qualcosa di grandioso porti molte persone alla contrapposizione tra due poli di percezione dell’altro: o è il grande, dio, oppure, se non è dio, allora è un attore pietoso. L’incontro con il grandioso provoca il cosiddetto senso «narcisistico» con le sue oscillazioni di esaltazione (Dio) e di svalutazione (semplicemente un attore stanco, obbligato a fare la sua parte), poichè è molto difficile avere a che fare con qualcuno che è incomparabilmente più grande di te, con il grande come con il singolo Altro. La contemporanea esaltazione e umanizzazione hanno luogo. La foga dell’imbattersi con l’enormità dell’Altro è difficile da sostenere, è difficile essere consapevoli della propria piccolezza (e, possibilmente della propria complicità), e restare contemporaneamente uomo ed individuo, e allora si è tentati di pensare l’altro nell’ambito del proprio piccolo mondo, di ridurlo ed adattarlo alle proprie consuete rappresentazioni. «Dio muore», e al suo posto c’è il vuoto profondo. In questa polarizzazione Gesù è assente come uomo. Resta soltanto una domanda vuota di ogni significato: «Dio o non dio?», priva dell’intenso rapporto con Gesù e con il racconto evangelico.
Ma agli occhi altrui, quelli dell’autore della guida o dell’autore dei quadri, è avvenuta «la tragedia della perdita della grandezza» e la trasformazione di Gesù in attore?
E così, mi sono recato a Venezia con il desiderio di andare alla chiesa di San Polo per osservare con attenzione il ciclo di quadri di Giandomenico Tiepolo.
(Qui chiedo scusa ai lettori per la qualità delle quattordici illustrazioni riportate. E’ ovvio che sono molto peggio degli originali. Tuttavia, spero che riusciate a vedere questi volti…, mentre da parte mia proverò semplicemente a descrivere ciò che ho visto recandomi regolarmente per cinque giorni in chiesa ad osservare attentamente...).

Оleg Nemirinskij
La figura di Gesù è in secondo piano, sul rialzo della balaustra, egli viene mostrato alla folla. In primo piano ci sono le persone, che risultano proprio essere i personaggi principali di questo quadro. (Visto che l’hanno condannato a morte, ne esigono la crocifissione). Noi guardiamo queste persone da dietro, cosicchè noi li vediamo, ma loro non ci vedono. Più vicina a noi c’è una famiglia occupata nelle faccende quotidiane: marito e moglie discutono di qualcosa, sono impegnati l’uno con l’altro, nei loro occhi c’è interesse l’uno per l’altra. Sembra ci sia persino una punta di civetteria. E’ possibile che discutano di come passeranno la serata odierna. Ciò che succede in alto non gli interessa. Davanti a loro c’è un ragazzino con un cagnolino in braccio. Un piccolo cagnolino pettinato e ben tenuto. Davanti a questa famiglia (corrispettivamente, un po’ oltre rispetto a noi), c’è un giovane che alza le braccia al cielo e di lato. «Crocifiggilo!»? (E’ interessante che questo stesso gesto diventi poi nella messa religiosa un gesto di rispetto e glorificazione di Cristo; allo stesso modo le braccia si alzano sia in estasi, sia con l’intenzione di abbracciare, sia nella richiesta che venga crocifisso..). Sembrerebbe, che costui sia in uno stato di ebrezza, al suo fianco penzola una fiasca. I volti delle altre persone davanti in generale non sono visibili, sono semplicemente rappresentate come folla.
C’è ancora una figura in primo piano (a sinistra), un militare accanto ad un cavallo. Egli volta la testa a Gesù in modo innaturale e porta una pesante asta, simile alla base di una croce. Gli è gravoso portare questa croce e ciò spiegherebbe il suo avere la testa voltata in modo innaturale. O forse, non vuole guardare? Tra l’altro, la chiesa è dedicata all’Apostolo Paolo. Ed è allora possibile vedere l’inizio dei tormenti spirituali del militare, che possono trasformarlo nell’apostolo della fede… Tuttavia è anche possibile che si sia semplicemente voltato.
C’è una creatura che nel quadro ci guarda. E’ un cavallo. Come se l’autore con triste ironia proponesse anche a noi di guardarlo, senza pensare a ciò che sta avvenendo.
1. Gesù condannato a morte.
In questo quadro ci sono quattro personaggi principali: Gesù che porta la sua croce, un giovane che lo sferza con delle verghe, un anziano signore dall’aspetto dignitoso seduto su dei sassi, che osserva la scena, ed il busto dell’imperatore Tiberio nella nicchia del muro. Il busto non è un dettaglio dell’arredo di strada, ha un volto molto espressivo, il volto di un imperatore romano. Nei suoi occhi si avverte il potere, la crudeltà ed il disprezzo per i giudei. Ha un rapporto diretto con quanto accade, egli è il potere e la forza. Nell’angolo opposto a lui, in basso a sinistra, è raffigurato un anziano dall’aspetto nobile, con le gambe accavallate, una mano sul ginocchio, che osserva la processione con aspetto virile ed austero. I suoi occhi esprimono comprensione per quanto accade. Non c’è compassione, certo, ma comprensione. Sì, così deve essere e così sarà per tutti i sobillatori che attentano al potere costituito. E questo è giusto.
Le verghe in mano al giovane si trovano al centro di una linea immaginaria che collega Tiberio al rispettabile signore. Le verghe regali sono tenute in modo da collegare l’imperatore ai sudditi fedeli. Il giovane con le verghe è il centro del quadro. Sul suo viso non si riflette per niente la crudeltà, né la voluttà del potere, esso è alterato dal dolore e dal disgusto per il lavoro che sta facendo. Invece Gesù portando la sua croce guarda il cielo. Soltanto da lì si aspetta un sostegno. E le sofferenze del giovane, i cui colpi cadono sulla sua schiena, gli sono ignote. Egli non guarda nessuna di queste persone, ma cerca di raccogliere le forze per fare il suo percorso.
2. Gesù caricato della Croce
Gesù è caduto sotto il peso della croce. Non ha abbastanza forze, è esausto. Il suo corpo presenta ecchimosi. Sul suo volto, un’enorme stanchezza. Ma protagonisti del quadro sono di nuovo le persone. In primo piano, un certo signore in abito turco guarda ciò che succede. Caduta. Confusione. Indugio. E il tempo passa. Inizia già a fare caldo. Due aiutano Gesù ad alzarsi. I loro volti non sono visibili. Forse vogliono semplicemente che tutto questo termini al più presto. Sul volto di un giovane tra la folla è riflesso il dolore. Sembra che urli qualcosa… Ma la maggioranza è indifferente, sembra che abbiamo caldo… Un cagnolino guarda con curiosità Gesù.
3. Gesù cade la prima volta.
Il quadro, che riflette il momento più drammatico della Via Crucis è letteralmente il più chiaro dal punto di vista fisico. L’ambiente è semplicemente inondato di luce! Il volto della madre non si vede. Gesù non guarda direttamente lei, ma il suo viso in presenza della Madre diventa un po’ più giovane. L’ombra tenue di un triste sorriso appare sul suo volto. No, non è un sorriso, ma solo un’appena percepibile eco di un sorriso di calore e compassione. Egli non può fermarsi. Questo soltanto la ferisce. Probabilmente lei vede che cosa gli sta succedendo, ma noi questo non lo vediamo. Noi non guardiamo Gesù con gli occhi della madre, ma guardiamo la gente, testimone di quanto accade. La terza figura al centro è un signore in abiti sontuosi. Quest’uomo guarda Maria. Egli capisce che cosa prova, indovina cosa c’è nel suo animo. Ma i muscoli del suo viso non si muovono, non c’è compassione in lui. E’ chiaro, che ella soffre. Ma che si può fare? Occorreva educare il figlio al rispetto per le istituzioni esistenti, sarebbe vissuto come tutti…
4. Gesù incontra sua Madre.
«Mentre Lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù » (Luca, 23:26).
L’anziano signore aiuta Gesù a portare la croce. Vicino a lui Gesù sembra più vecchio. E’ come se lo vedessimo in parte con gli occhi dell’anziano, che gli si è messo accanto ed ha percepito la propria affinità con lui. Le persone non guardano l’aiutante, e questo è naturale, perché altrimenti insorgerebbe in loro la domanda circa il loro posto in quanto sta avvenendo. «Dove sei? – chiese il Signore ad Adamo. – Mi sono nascosto».
5. Gesù aiutato dal Cireneo.
Veronica si avvicina a Gesù e gli terge la sporcizia e il sangue dal viso con un panno imbevuto di acqua fredda. Ed ecco Gesù si volta e per la prima volta guarda un’altra persona. Il suo cuore è commosso. Finora esausto fino all’apatia, adesso guarda Veronica con dolcezza e tenerezza.
La guardia che conduce Gesù con una corda come fosse un guinzaglio cerca di tirare la corda (Avanti! Perché indugi?!), ma il giovane che porta le verghe (lo stesso del secondo quadro), con dolore e sdegno urla alla guardia aiutando così Gesù e Veronica a recuperare dei secondi, ad allungare il tempo, a far sì che la compassione e la gratitudine trovino posto.
6. Gesù aiutato dalla Veronica.
Per la prima volta Gesù è l’unico centro semantico del quadro. E diventa distintamente chiaro ciò che il pittore ci sta spiegando sin dall’inizio. Non accorgersi di questo è adesso impossibile. Nei quadri non è raffigurato Dio, ma l’uomo.
Egli è stanco, tormentato. Guarda attentamente in cielo in cerca di sostegno. Le forze sono allo stremo…
Che cosa gli dà forza? La fede nel fatto che è stato inviato da Dio?
In che misura è «obbligato a svolgere il proprio ruolo»?
E se non ci fossero chiare indicazioni da parte del «regista»? Nel Vangelo non c’è scritto da nessuna parte che Gesù riceve dal Padre Celeste delle istruzioni.
Le persone spesso immaginano Dio come un essere simile all’uomo, seduto su una nuvola, che dispensa indicazioni su ciò che deve accadere. E se questo essere non esistesse? E Dio fosse la legge della vita, il legame universale, l’amore?
Se Gesù è un uomo e del tutto, fino alla fine, uomo, forse che non può fare altrimenti? Non può sviare da questo percorso, per quanto terribile e solitario sia questo percorso, poichè la sua esistenza stessa, il suo stesso identificarsi con lo spirito dell’amore per gli uomini lo guida, gli suggerisce e, alla fin fine, lo conduce al Calvario. E in questo calice è contenuto il suo destino. E quando nell’orto del Getsemani si rivolse a Colui che l'aveva guidato, chiese con disperazione: «Possibile che non mi sia permesso, restando me stesso, di non bere fino in fondo questo calice?! Ma se non vi è altra strada per me, allora si compia questa».
E forse, sta in questo la sua forza? Nell’accettazione dell’ineluttabilità del proprio percorso e in quella forza che dà l’amore? Questo lo aiuta a sopportare non solo i tormenti fisici, ma anche l’acuta solitudine tra la gente che lo rifiuta, crudele ed insensibile. E a cercare di fare qualcosa nelle ultime ore e negli ultimi minuti per coloro che sono pronti a vederlo ed ascoltarlo almeno un po’… In questo sta la sua forza, la sua libertà e l’ardore della Vita.
Ma in questo sta anche la sua debolezza, la debolezza di essere uomo.

Fedor Mihajlovich Dostoevskij: «Di me le dirò che sono figlio del mio secolo, figlio della miscredenza e del dubbio, e non solo fino ad oggi, ma tale resterò (lo so con certezza) fino alla tomba. Quali terribili sofferenze mi è costata – e mi costa tuttora – questa sete di credere, che tanto più fortemente si fa sentire nella mia anima quando più forti mi appaiono gli argomenti ad essa contrari! Ciononostante Iddio mi manda talora degl’istanti in cui mi sento perfettamente sereno; in quegli istanti io scopro di amare e di essere amato dagli altri, e appunto in quegl’istanti io ho concepito un simbolo della fede, un Credo, in cui tutto per me è chiaro e santo. Questo credo è molto semplice, e suona così: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi non soltanto non c’è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità.» (F.М.Dostoevskij, Opere Complete in 30 volumi, Vol. 28, libro 1, Leningrado: Nauka, 1985. p. 176). (Dalla lettera a N.D.Fonvizina, 1854).

Non con l’idea di verità, ma con l’uomo. Non nella ragione, ma nell’amore.
7. Gesù cade la seconda volta.
L’esausto Gesù, sofferente fisicamente, solo tra la gente, trova in sé le forze per consolare le donne che gli si avvicinano. Come le conforta?
«Or lo seguiva una gran moltitudine di popolo e di donne che facean cordoglio e lamento per lui. Gesù, voltatosi verso di loro, disse: Figliuole di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figliuoli.» (Luca, 23:27)
Nella parte destra del quadro son ben visibili i volti di due donne e di una fanciulla. Una delle donne ha il volto afflitto, mentre l’altra donna e la fanciulla mostrano piuttosto una compassione superficiale: hanno condannano a morte un giusto, peccato. Ma è difficile che comprendano il significato di quanto sta accadendo. E Gesù le aiuta ad afferrare questo significato. Davanti alla propria morte non rifiuta la loro compassione, ma cerca di dar loro ciò che può, una prospettiva di senso più profonda.
Particolarmente interessante è la donna che noi vediamo di spalle. Si è avvicinata a Gesù e gli ha condotto un fanciullo. E’ come se questa parte del quadro fosse già oltre le parole di Gesù. Lo sguardo buono e compassionevole di Gesù, la sua mano destra rivolta a chi gli si sta avvicinando, la disposizione di queste tre figure l’una relativamente all’altra danno l’impressione che la donna si sia avvicinata a Gesù per ricevere una benedizione!
Non ci stupiamo che Gesù trovi dentro di sé le forze per la compassione e la consolazione, trovandosi in una situazione per lui umanamente difficile. Ma da che cosa è mossa? Forse, si è avvicinata perché ha percepito la mancanza di qualcosa di importante nella sua vita? O forse, ha guardato se stessa, la propria vita, con i suoi occhi? («...Ma piangete per voi stesse e per i vostri figliuoli.»). Oppure appena appena, per poco, solo un accenno, ha soltanto cercato di guardarsi mettendosi al suo posto, e ha percepito il desiderio dell’anima, il desiderio di rivolgersi all’Altro?
In questo quadro donne e uomini sono palesemente contrapposti.
Gli uomini a destra sono dei veri uomini. Un uomo di età matura, che sa il fatto suo in un mondo di uomini, ed un giovane, che dall’aspetto si intuisce che ha imparato la lezione dai più vecchi e diventerà un vero ed inflessibile guerriero.
Fanno un’altra impressione i due giovani nella parte posteriore del quadro, a sinistra.
Uno di essi, con i capelli arruffati e sguardo ardente è simile al tipo del giovane romantico. Gli occhi del romantico ardono (di solito è leggermente inebriato dalle proprie idee coraggiose), ma lo sguardo qui è rivolto allo spazio, quasi al nulla, (più precisamente all’ambito delle proprie fantasie). E’ splendido, ma ha troppo poco a che fare con quel che avviene.
Un altro giovane è perfettamente pettinato. Per la prima volta guarda noi, che osserviamo il quadro. E’ come se si rivolgesse a noi. Tuttavia, quando guardo attentamente il suo viso capisco che il suo sguardo non ci comunica nulla! Nulla, se non la domanda su come egli stesso appaia ai nostri occhi.E questo «capovolgimento» colpisce, lui ci guarda, ma è preoccupato di come noi lo guardiamo.
8. Gesù consola le pie donne.
Gesù cade nuovamente sotto il peso della croce.
Al centro del quadro ci sono due fanciulli. Uno è compassionevole, l’altro sorride scioccamente («è caduto, lo zietto!»). Ma persino al compassionevole è difficile che sia noto il significato di ciò che accade. I bambini di regola non vogliono affaticarsi con la complicazione del quadro del mondo. A volte possono «scendere nel profondo», ma per far questo bisogna già conoscere la tragedia dell’atto, cioè la tragedia che si compie davanti ai loro occhi, ma che resta a loro nascosta.
9. Gesù cade la terza volta.
    L’italiano “spogliare” significa sia togliere i vestiti nel senso letterale del termine, sia privare. Nel quadro un uomo con l’aspetto da bandito leva con solerzia la veste a Gesù, e nel mentre la esamina e la valuta. Questa è l’ultima umiliazione prima della crocifissione. Gesù ha abbassato gli occhi. Forse, il suo sguardo esprime rassegnazione. Ma a volte mi sembra che in questo quadro egli quasi pianga...
    Tenendo conto che i protagonisti principali di questo ciclo sono Gesù come uomo e ancor di più le persone che gli sono intorno, il decimo quadro mi sembra essere il quadro centrale di tutto il ciclo. Qui ci sono due persone che ci guardano e non con uno sguardo vuoto. Sono i protagonisti più importanti della storia che ci sta raccontando Giandomenico Tiepolo.
    Uno di loro, quello che è rivolto verso di noi e ci guarda, è un anziano con un mantello rosso. Ha uno sguardo ispirato, attento e persino indagatore. Si può supporre che sia San Marco evangelista, di solito rappresentato dai pittori veneziani con un paramento rosso. Ci guarda e nei suoi occhi si può leggere: «Vedete che cosa succede? Comprendete cosa sta capitando? Guardate!»
    L’altra persona è una donna. Che cosa c’è nei suoi occhi? Angoscia, ma non solo. Una triste malinconia... Forse, una speranza... Ma la cosa importante è che nei suoi occhi c’è una domanda per noi: «Voi capite, cosa sta accadendo?»
    Questo non è il sapere dell’evangelista. Ella percepisce vagamente qualcosa e ci chiede di aiutarla a comprendere...
10. Gesù spogliato.
    San Marco e questa donna sono due mediatori tra noi e il mondo rappresentato. L’uno esprime il sapere della chiesa, il Vangelo. Egli comprende quello che succede e porta alla gente il messaggio di Cristo. Mentre l’altra ci pone una domanda. Non assomiglia ad una santa. Non c’è in lei una forza d’animo che salta agli occhi, è evidentemente, una persona più o meno felice. Ma in lei vi è turbamento e una profonda compassione, ovvero l’origine di un animo umano... Non c’è in lei la profondità di San Marco, ma c’è un timido interrogativo: «Come è possibile?». Anche lei quasi piange (questo lato della sua condizione è riflessa nella fanciulla che noi vediamo da dietro; cioè si può supporre che la fanciulla pianga) e, contemporaneamente, osserva. Concedendosi di porre la domanda, la pone contemporaneamente a se stessa e proprio per questo noi sentiamo questo interrogativo. Se siamo dotati del dono della compassione allora possiamo unirci a lei nel suo turbamento e sentirci compenetrati da questa domanda: «Che cosa sta accadendo?»
    E c’è ancora una cosa che mi sembra molto importante. Ella capisce che noi la guardiamo, ma questo non le impedisce di rimanere se stessa e di restare con ciò che avviene in lei. E anche lei ci guarda. E questa bidirezionalità in questo momento crea un legame non univoco, non unidimensionale ed irrazionale tra noi ed il mondo raffigurato, il mondo del racconto evangelico. Se i nostri sguardi si incontrano e l’emozione si prolunga, allora siamo in grado di dare una risposta a questa domanda. Una risposta non tanto verbale, quanto proveniente dalla pienezza del nostro cuore…
    Tutti quegli stessi volti guardano oltre Gesù, da qualche parte lontano...
11. Gesù inchiodato in Croce.
Il cielo riluce intensamente.
Ai piedi della croce ci sono due donne. Maria Maddalena con tristezza e riguardo abbraccia la Madre di Gesù che si contorce dal dolore.
12. Gesù muore in Croce.
     Sono ben descritti i volti delle due donne e di Gesù.
     La Madonna con gli occhi chiusi è completamente avvolta nel proprio dolore, quasi non viva. Maria Maddalena esprime pena, disperazione, grido.
     Gesù nei due ultimi quadri (morte sulla croce e deposizione dalla croce) ha dinuovo un volto giovane, come nel quarto quadro («Gesù incontra sua madre»). Ciò conferma l’idea secondo la quale i protagonisti principali del ciclo sono le persone intorno a Gesù. Il suo viso muta in funzione del fatto che noi lo vediamo con gli occhi di chi lo sta guardando. Quando è raffigurato accanto alla madre sembra giovane.
13. Gesù deposto dalla Croce.
Questo è l’ultimo quadro del ciclo.
Il volto di Gesù si è oscurato e fortemente invecchiato. I suoi occhi sono chiusi.
Le persone posano con cura il suo corpo nel sepolcro. 
Una parte del quadro è offuscata da un fumo marrone scuro. All’inizio mi era parso che il quadro fosse danneggiato, ma poi ho pensato che l’artista abbia appositamente raffigurato una parte dello spazio immersa nell’oscurità. Da questa oscurità lo sguardo tira fuori i volti, i profili, gli abiti…mentre un’altra parte dello sfondo è il chiaro paesaggio montano. Nello stesso tempo le cime dei monti si trovano più in basso del luogo in cui avviene la collocazione nel sepolcro. Cioè il sepolcro con il corpo di Gesù si trova in alto.
Siccome il ciclo è dedicato alla Via Crucis, termina con essa e non c'è nè la Resurrezione, nè l'Ascensione, poichè queste sono già le pagine successive del racconto del Vangelo. Tuttavia il paesaggio montano e l’aver collocato il luogo dell’azione sulle montagne suggeriscono un’altra idea, cioè che la morte stessa lo abbia fatto ascendere. E ora, nel momento che è qui rappresentato e fino a quando non ci viene raccontato che egli era Dio, noi possiamo restare con lui come con una persona defunta. E renderci conto che egli è tuttora vivo, non fosse altro per via del fatto che noi oggi ci immedesimiamo nella sua storia, nelle sue azioni e nelle sue parole, perché è fisicamente risorto? E quanto è importante questo? Oppure perché è stato uomo e il suo cuore era così grande e generoso, che la sua vita è in grado di destare l’amore in noi, nei più deboli e negli inferiori, gli infinitamente inferiori a lui?


Un quadro a tema religioso è simile ad una preghiera e noi non possiamo sapere con certezza che cosa è avvenuto nell’animo del pittore. Ma colui che interpretando il quadro si concede di sentirsi compenetrato da esso, si trova in una chiesa immaginaria accanto all’artista e pronuncia tra sé la propria preghiera.
E se si deve pregare per coloro che non possono permettere ad un altro di essere superiore, per chi è privo della fortunata sensazione della propria piccolezza e complicità, allora forse non ha senso parlare di amore come dono sacrificale, di amore come servizio, in quanto il percorso verso questo a partire dalla cosiddetta «coscienza narcisistica» non solo non è semplice, ma non è nemmeno tanto visibile. E a me pare che esso possa passare attraverso l’acquisizione della capacità di provare una compassione ardente e penetrante. Quando una persona si riempie di una compassione non superficiale, bensì profonda ed acuta, allora percepisce la presenza nel proprio cuore di un’altra persona e si volge dalla parte dove è possibile seguire l’amore, dove esso un giorno potrà condurla ed ispirarla. E per ora non si conosce la risposta, ma si è lì accanto, ponendoci la domanda: «Chi era Gesù, se non Dio?», senza avere fretta di avere una risposta, non fosse altro che per il fatto che questa risposta si conclude dapprincipio non nelle parole. E anch’io, a dire il vero, non sono sicuro della mia risposta, sebbene adesso essa risuoni per me maestosamente e semplicemente.


Venezia — Mosca, Maggio - Agosto 2018.

Traduzione di Paola Merlo.

14. Gesù posto nel Sepolcro.