Questo è l’ultimo quadro del ciclo.
Il volto di Gesù si è oscurato e fortemente invecchiato. I suoi occhi sono chiusi.
Le persone posano con cura il suo corpo nel sepolcro.
Una parte del quadro è offuscata da un fumo marrone scuro. All’inizio mi era parso che il quadro fosse danneggiato, ma poi ho pensato che l’artista abbia appositamente raffigurato una parte dello spazio immersa nell’oscurità. Da questa oscurità lo sguardo tira fuori i volti, i profili, gli abiti…mentre un’altra parte dello sfondo è il chiaro paesaggio montano. Nello stesso tempo le cime dei monti si trovano
più in basso del luogo in cui avviene la collocazione nel sepolcro. Cioè il sepolcro con il corpo di Gesù si trova in alto.
Siccome il ciclo è dedicato alla Via Crucis, termina con essa e non c'è nè la Resurrezione, nè l'Ascensione, poichè queste sono già le pagine successive del racconto del Vangelo. Tuttavia il paesaggio montano e l’aver collocato il luogo dell’azione sulle montagne suggeriscono un’altra idea, cioè che
la morte stessa lo abbia fatto ascendere. E ora, nel momento che è qui rappresentato e fino a quando non ci viene raccontato che egli era Dio, noi possiamo restare con lui come con una persona defunta. E renderci conto che egli è tuttora vivo, non fosse altro per via del fatto che noi oggi ci immedesimiamo nella sua storia, nelle sue azioni e nelle sue parole, perché è fisicamente risorto? E quanto è importante questo? Oppure perché è stato uomo e il suo cuore era così grande e generoso, che la sua vita è in grado di destare l’amore in noi, nei più deboli e negli inferiori, gli infinitamente inferiori a lui?
Un quadro a tema religioso è simile ad una preghiera e noi non possiamo sapere con certezza che cosa è avvenuto nell’animo del pittore. Ma colui che interpretando il quadro si concede di sentirsi compenetrato da esso, si trova in una chiesa immaginaria accanto all’artista e pronuncia tra sé la propria preghiera.
E se si deve pregare per coloro che non possono permettere ad un altro di essere superiore, per chi è privo della fortunata sensazione della propria piccolezza e complicità, allora forse non ha senso parlare di amore come dono sacrificale, di amore come servizio, in quanto il percorso verso questo a partire dalla cosiddetta «coscienza narcisistica» non solo non è semplice, ma non è nemmeno tanto visibile. E a me pare che esso possa passare attraverso l’acquisizione della capacità di provare una compassione ardente e penetrante. Quando una persona si riempie di una compassione non superficiale, bensì profonda ed acuta, allora percepisce la presenza nel proprio cuore di un’altra persona e si volge dalla parte dove è possibile seguire l’amore, dove esso un giorno potrà condurla ed ispirarla. E per ora non si conosce la risposta, ma si è lì accanto, ponendoci la domanda: «Chi era Gesù, se non Dio?», senza avere fretta di avere una risposta, non fosse altro che per il fatto che questa risposta si conclude dapprincipio non nelle parole. E anch’io, a dire il vero, non sono sicuro della mia risposta, sebbene adesso essa risuoni per me maestosamente e semplicemente.
Venezia — Mosca, Maggio - Agosto 2018.
Traduzione di Paola Merlo.